- Aldo Capitini si definiva un "religioso laico". Egli accomunava la religione alla morale in quanto essa critica la realtà e la spinge al cambiamento in positivo. Quella di Capitini era un'opposizione religiosa al fascismo. Il sentimento religioso, inoltre, nasce nei momenti di difficoltà e sofferenza, in particolare nel rapporto individuale con la morte.
-L'idea di laicità nasceva dal distacco di Capitini dalla chiesa cattolica, complice del regime: egli sosteneva che col concordato del 1929 la Chiesa avesse legittimato il potere di Mussolini dimenticando le violenze squadriste e, in tal modo, lo sostenesse garantendo la sua moralità di fronte alla maggior parte della popolazione che riponeva fiducia nell'istituzione religiosa.
-L'apertura è l'opposto della chiusura conservatrice ed autoritaria del fascismo, e l'elevazione dell'anima verso l'alto e verso Dio. Capitini vive quindi religiosamente, e questo è il nucleo dal quale prendono le mosse gli Elementi, l’insufficienza della realtà, i suoi limiti così manifestamente palesati dalla violenza e dalla menzogna sulle quali si regge lo stato fascista. La condanna etica, senza appelli, che Capitini opera nei confronti del reale, sfocia quindi nella prassi che, in quanto religiosa, è prassi profondamente ristrutturante la realtà. L’atto nonviolento scaturisce gandhianamente proprio da questa religiosa coscienza del limite e si concretizza come apertura a un universo che si pone in aperto contrasto con quello attuale.
-Un concetto chiave nella filosofia capitiniana era la compresenza di tutti gli esseri, dei morti e dei viventi, legati tra loro ad un livello trascendente, uniti e compartecipi nella creazione di valori.
-Nella vita sociale e politica la compresenza si traduce in omnicrazia, o governo di tutti, un processo in cui la popolazione tutta prende parte attiva alla decisioni e alla gestione della cosa pubblica.
-Non può mancare il concetto di nonviolenza, un ideale nobile, sinonimo di amore, coerenza di mezzi e fini, la forza in grado di sconfiggere il fascismo.
-Il liberalsocialismo di Capitini e di Guido Calogero si sviluppa in un periodo posteriore, quando il regime fascista è vicino al collasso, nell'ambiente dei giovani crociani che hanno studiato ed insegnato alla Normale di Pisa; Capitini per liberalismo intende il libero sviluppo personale, la libera ricerca spirituale e produzione di valori. Il socialismo è invece nei suoi intendimenti la realizzazione nel lavoro, l'assistenza fraterna dell'umanità lavoratrice soggetto corale della storia.
-critica dei totalitarismi sia di destra che di sinistra, una visione laica della politica e l'obiettivo di una profonda riforma morale e sociale dell'Italia distrutta dalla guerra; c’è necessità di un'educazione profetica che guardi al futuro, criticando la realtà sulla base di valori morali.
La nonviolenza
Il soggetto che opera religiosamente nell’ottica della nonviolenza, è colui che, con il suo atto pratico, rompe la logica del reale e fa esplodere in esso il valore, opera quindi una modificazione all’interno della realtà stessa; l’atto capitiniano è eticamente, non ontologicamente fondato, è apertura all’altro, opzione religiosa verso la compresenza, scelta responsabile e profondamente libera della nonviolenza. L’atto nonviolento si pone quindi nell’ottica di quella che Capitini definisce la “dialettica dell’aggiunta”: là dove la realtà non si presenta più come semplice vitalità, come potenza, e non si regge più sulla sola legge dell’opposizione dei contrasti, ma è produzione valoriale, ebbene lì vige la logica dell’aggiunta, la dialettica dell’elemento che, facendo sistema con la natura, la squarcia verticalmente aprendo in essa la trascendenza, un orizzonte radicalmente altro.
Quando infatti Capitini prende posizione nei confronti delle più scottanti questioni politiche del suo tempo quali il ruolo delle Nazioni Unite, la Guerra fredda, lo fa proponendo soluzioni che si fondano tutte sulla necessità di una rivoluzione che investa, in primo luogo, l’interiorità dei soggetti e che apra questi ultimi alla persuasione religiosa e all’etica nonviolenta, primo passo verso una politica e una realtà davvero nuove.
Nella prima parte degli elementi, Capitini ci parla del metodo non violento portato avanti da Gandhi: il Satyagraha (Satya: verità, agraha: affermare fortemente). Il pensiero di Gandhi ci aiuta a capire la connessione tra "verità" e "non violenza", perché la verità è il valore in sé, il bene in sé, e nello stesso tempo la Legge Morale, ciò che è Giusto, Gandhi ama chiamare la verità Dio perché, se la verità è Dio, essa porta sicuramente alla non violenza. La non violenza non è inerzia, inattività ma è azione e non ha bisogno di armi, ma cerca di migliorare il rapporto con gli altri. I suoi risultati durano nel tempo e il suo lavoro instancabile non termina, come avviene per i rivoluzionari, i potenti, quando finiscono le armi; la non violenza promuove azioni per la pace sia sottoforma di manifestazioni, sia come rifiuto di collaborazione alla preparazione della guerra e costituisce dunque la punta più avanzata del pacifismo. Le tecniche collettive della non violenza hanno bisogno di un pieno impegno individuale: infatti la non violenza è la valorizzazione dell'individuo. Le tecniche individuali sono: l'atto del tu, la zoofilia e il vegetarianesimo, il superamento della vendetta e del risentimento, le preghiere e gli atti di culto, la persuasione, il dialogo, l'esempio, il digiuno, l'autoincendio religioso. Le tecniche collettive sono create e applicate da un individuo, ma in vista dell'associarsi di molti altri:
1. La non collaborazione: non esclude il tu, l'altro, l'unità con tutti, ma esclude semplicemente di dare il proprio aiuto all'attuazione di una cosa che non si accetta, fermo restando il rapporto di affetto con la persona che realizza la cosa inaccettabile.
2. L'obbiezione di coscienza: è la stessa cosa della non collaborazione, è un atto che viene compiuto in quanto la coscienza obbietta, è una non collaborazione seria. Il significato comune di questa espressione è disubbidienza fatta alla legge che impone di portare le armi, di prepararsi alla guerra.
3. L'esercizio della salvezza: fu fondato in Inghilterra nel 1865 con un altro nome, quello di Missione; in seguito prese coscienza di essere un esercito, impegnato ad un servizio di "salvezza", assolutamente pacifica, ma con struttura e modi di tipo militare.
4. La comunità non violenta: è quella nella quale gli appartenenti si impegnano in quelle regole di vita e in quell'addestramento spirituale e psicologico che li rende capaci non solo di non essere violenti con i compagni, ma anche di non esserlo con gli altri fuori dalla comunità.
5. Marce: ampie comunità momentanee e in movimento; la marcia è assolutamente non violenta e tende ad essere antiautoritaria, è simbolo della moltitudine povera, che sa di essere nel giusto, che accomuna volentieri tutti.
6. Sciopero: forma di non collaborazione, è una tecnica non violenta quando non compie alcuna violenza e non è animata da odio verso coloro dai quali stacca la collaborazione. La forma più frequente è quella dei lavoratori che sospendono il lavoro per ragioni salariali. Il diritto allo sciopero è stato riconosciuto dalla Istituzioni europee.
7. La disobbedienza civile: infrange la legalità, senza tuttavia attentare alla vita. La disobbedienza civile può essere difensiva, rivolta contro leggi ingiuste. La disobbedienza civile di attacco è una disobbedienza volontaria, rivolta contro lo Stato oppressore.